ATTRAVERSO I LORO OCCHI

attraverso-i-loro-occhiCosa c’è sotto un burqa? Mille e più differenti modi di pensare, altrettanti motivi per cui metterlo. Per farsene almeno una vaga ma veritiera idea, serve guardare paesi come l’Afghanistan attraverso i loro occhi, quelli di chi il burqa lo indossa ogni mattina, o di chi vive nei paesi in cui la guerra è un “perdurante conflitto diffuso”, non una parola che richiama il suono di spari lontani.

Attraverso i loro occhi” è anche il titolo del volume con cui l’Università Cattolica racconta quanto fatto dal CeSI, (Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale) dal 2009 al 2013, in Afghanistan. Il contesto, oltre che duro, è anche nuovo, non solo per il Centro ma anche per gli operanti civili e militari con cui i progetti sono stati realizzati nel territorio, dando particolare attenzione alle donne come “portatrici di cambiamento”, in quella particolare forma di cooperazione che, abbreviata, suona come CiMiC. Sta per Civil Military Cooperation e prevede un virtuoso intreccio di azioni portate avanti in modo coordinato da organizzazioni civili e militari, con sorprendente impatto sulla popolazione locale. Il libro si focalizza sui lavori svolti in questi anni insieme agli studenti dell’Università di Herat, di cui 35, 15 donne e 10 uomini, hanno potuto seguire un corso di 4 anni di giornalismo. Il progetto, come racconta Marco Lombardi, professore di Comunicazione e Crisis Management presso la Cattolica ed esperto di gestione del rischio, ha permesso di fornire una visione a 360 gradi sul giornalismo e, soprattutto, una preparazione che rendesse gli studenti, in grado di mettersi in relazione con agenzie di stampa europee.

Oltre all’intuibile obiettivo di far sì che i giovani abbiano un lavoro e una preparazione di alta qualità, ce ne sono altri meno evidenti ma che costituiscono il cuore dell’attività del CeSi. Il  giornalismo sull’Afghanistan dall’Afghanistan può aiutarci, tutti, a informare in modo più corretto e fornirci indicazioni utili su quelli che sono i reali bisogni degli abitanti di un Paese in guerra. “E’ l’unica via, in contesti come questo, per ottenere una maggior trasparenza e per promuovere la democrazia” spiega Lombardi, anche direttore di ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies) e del master in Giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale in Cattolica. Queste parole, riportano al titolo del volume pubblicato da Vita e Pensiero, di cui Lombardi è il curatore.

“Vedere ciò che accade ed è accaduto in Afghanistan attraverso immagini della quotidianità e non attraverso gli occhi di reporter che vanno e tornano senza vivere nulla sulla propria pelle, ci permette di conoscere come è la vita di tutti i giorni in quelle aree – spiega – c’è un mix di problemi che spesso non emergono dai ‘classici’ racconti di guerra. La droga nei giovani, ad esempio, o molti anziani troppo soli. Sono le conseguenze che la guerra ha nel quotidiano vivere delle persone, ‘cose non rumorose’, che non fanno titolo, che non forniscono immagini ‘toccanti’ da trasmettere”.

La CiMiC attuata in Afghanistan, di cui si può leggere in questo quaderno del CeSi, è una prima volta ben riuscita a cui ne potrebbero seguire altre, ad esempio nel Corno D’Africa o in Libia, “se ci saranno le condizioni create per agire in sicurezza”. La formula che combina soggetti come l’Esercito Italiano e un centro universitario, riesce a far sì che non ci sia “fatica sprecata”. Se i militari costruiscono una scuola, serve qualcuno che formi i maestri che potranno beneficiarne, se costruiscono un centro commerciale, serve chi fa in modo che ci siano attività locali che lo utilizzino traendone vantaggio. Grandi progetti, fatti anche, soprattutto, di “piccoli” passi quotidiani e incontri che hanno un che di rivelatorio, nel silenzio in cui avvengono. Come quello che Lombardi ha in mente se gli si chiede di raccontare cosa può aiutarci a scorgere qualcosa di più dell’Afghanistan “attraverso i loro occhi”.

“In un compound di cooperazione in cui potevano lavorare solo le donne, entrando in una piccola sala da te, ho trovato una di loro, già seduta, con il burqa posato affianco, sola. Le ho fatto un cenno di saluto con il capo, lei mi ha risposto in modo simile. Poco dopo, terminato il suo te, si è rimessa i burqa ed è uscita. Una sequenza di gesti banali ma che mi ha portato a chiedermi cosa c’è veramente sotto un burqa – spiega – questa donna, uscendo dalla ‘zona protetta’, se lo è messo senza esitazione. Per essere coerente con ciò che ci si aspetta da lei? per non avere noie? E’ importante chiedersi cosa c’è sotto il burqa e tenere conto che esso può nascondere mille modi di pensare diversi”.

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