SILENZIO, LONTANO DALLE CITTA’

MATTEO CACCIA libroUna storia di confine, paesaggistico, tra selvaggio e urbanizzato, e umano, tra civile e animale. L’ha scritta Matteo Caccia scegliendo gli Appennini e la Maremma come sfondo, o meglio, come co protagonisti assieme ad un lupo-mentore e ad un uomo accompagnato da un cane. “Il silenzio coprì le sue tracce” (Baldini & Castoldi) ricorda Cormac Mc Carthy e Konrad Lorenz, ma è un libro che procede da solo sulle sue robuste gambe, lasciando le orme su un tratto di neve intonso. E lasciando un segno nei lettori che, dalla città o dalla provincia, si trovano improvvisamente immersi nello stesso silenzio del protagonista, spezzato solo dalle parole dell’autore.

Dove hai scritto questo libro? Nel silenzio o con una “colonna sonora”?

Ho scritto il romanzo tra il mio appartamento di Milano e una casa di campagna che ho preso un anno fa e che ho preso anche perché nel suo nome c’era proprio la parola “lupo”. Non scrivo quasi mai ascoltando musica, lo faccio quasi sempre nel silenzio.

Quando e come hai scelto questa storia?

Volevo raccontare il confine tra la nostra parte civile e quella più animale, tra il domestico e il selvatico. I personaggi sono nati uno dopo l’altro, prima il lupo, poi l’uomo, poi il cane, la storia si è composta intorno a loro e a quei luoghi dell’Appennino e della maremma che per me sono luoghi di confine.

Konrad Lorenz e Cormac Mc Carthy ti hanno influenzato?

McCarthy è lo scrittore per definizione del confine e adoro la sua scrittura, affilata e inconfondibile, Konrad è stato una guida nel mondo del comportamento animale.

Hai un cane? Che rapporto hai con i cani?

Ho un cane di 5 anni, un meticcio che è stato una delle cause scatenanti di questa storia, osservarlo è stato utile e divertente. In generale i cani sono animali che amo molto, mi piace il loro desiderio di sentirsi utili, la loro amicizia nei confronti dell’uomo ha a che fare con il rendersi indispensabili.

Che ruolo ha il lupo nel libro?

Il lupo è un sorta di mentore, si figura che educa il protagonista in maniera silenziosa e distante.

Che legame hai con le zone in cui hai ambientato il libro? La tua scelta è in parte legata al fatto che sempre più persone abbandonano le campagne per andare a vivere in città?

L’Appennino è una delle aree geografiche italiane con il più alto tasso di spopolamento. Per un piemontese come me la montagna e la natura selvaggia sono sempre state le Alpi, ma ho scoperto che l’Appennino è un pezzo di paese che la natura si è ripreso, non appena l’uomo ha raggiunto la pianura. La maremma invece mi affascina perché l’uomo ha dovuto guadagnare spazio alla natura che la invadeva e alle paludi che ne facevano un luogo di malattia e febbri.

Il tuo romanzo, letto dalla “Milano che lavora” e dall’hinterland, può suscitare una sensazione di continua contrapposizione tra selvaggio e urbanizzato. A un lettore metropolitano l’atmosfera del libro può sembrare a tratti surreale. Un effetto voluto?

Io sono una persona di città, ci vivo ormai da più della metà della mia vita, la uso e la godo quanto più possibile. Tornare in luoghi meno urbanizzati fatti di silenzio e luce, in cui era importante conoscere la direzione da cui arrivava il vento per evitarsi un acquazzone o capire che maglia indossare, mi ha riconciliato con quel mondo.

Che rapporto hai con i social? Ti capita mai di volertene staccare?

Uso i social in modo diverso l’uno dall’altro: Facebook lo uso per lavoro, per la radio o ora per il romanzo, Twitter lo uso per informarmi, Instagram per giocare a fare il fotografo ma mi esce malissimo. Non ne sono dipendente ma i social sono sicuramente una di quelle componenti della vita moderna che mi impediscono di superare il confine del domestico.

Hai mai pensato di accompagnare il libro a delle illustrazioni? Chi sceglieresti ?

Sì, ci ho pensato. In tempi non sospetti, quando il libro era ancora solo un’idea, avevo parlato con Gipi – che conosco bene- per l’immagine di copertina, ma poi con la casa editrice abbiamo preso un’altra strada di cui sono molto felice.

di Marta Abbà

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