LA MORTE E’ CIECA E IN TOUR

la morte è ciecaNata il 6 gennaio 1971 a Covington, in Georgia, Karin Slaughter oggi abita ad Atlanta ma gira il mondo perché i suoi libri sono tradotti in 29 lingue, italiano compreso. Ha fatto in giugno tappa a Milano e da un hotel di piazza della Repubblica ha risposto a qualche domanda, per poi ripartire verso altri paesi, non prima di aver incontrato i suoi lettori. Entusiasti, davvero, per un’autrice che piace e che sembra riservare ancora molte sorprese.

Ha successo, è affermata, e allo stesso tempo ha lo sguardo da autrice promettente, meglio tenerla d’occhio anche perché, come lei stessa ha ammesso, tornerà a Milano. E la prossima volta, si fermerà a guardare la città che ancora non conosce. Oltre ai numerosi suoi manoscritti non pubblicati, Slaughter ha scritto “La morte è cieca” in Italia pubblicato da Harper Collins, che introduce in Italia il medico legale Sara Linton e il suo ex marito e capo della polizia, Jeffrey Tolliver, protagonisti del suo “Grant County Series”.

Come mai hai scelto questo genere di romanzi?

Quando avevo circa 9-10 anni, abitavo in un paesino vicino ad Atlanta, molto simile a quello de “La morte è cieca” e un serial killer aveva ucciso una serie di bambini, causando un clima di terrore generale. Questo mi ha messo a contatto con la morte e con l’idea di serial killer fin da piccola, da quella esperienza è nata poi l’idea di raccontare non solo le uccisioni ma come una piccola comunità come quella in cui sono cresciuta, possono reagire a fatti di simile violenza.

Perché le vittime sono donne?

Innanzitutto per questioni statistiche. Guardando i numeri, nelle donne sotto i 45 anni l’omicidio è una delle cause più frequenti di morte secondo dati recenti dell’FBI. Negli uomini ci sono prima le droghe e le liti tra gang. Ho voluto quindi raccontare la violenza contro le donne, che oggi esiste. Allo stesso tempo, questa scelta mi ha permesso di raccontare non solo donne vittime ma anche donne con personalità come quella di Sara e il suo rapporto con l’ex marito Jeffrey che si dimostra sensibile.

La comunità protagonista del suo libro, può “rappresentare” le piccole comunità di tutto il mondo?

Sì, io penso proprio di sì. Oggi vivo ad Atlanta, da diversi anni, ma giro molto per il mondo con i miei libri e noto che le piccole comunità spesso si somigliano, a livello di reazioni e di relazioni, di dinamiche e di organizzazione sociale, anche se si trovano in due parti opposte del mondo. Vi si ritrovano spesso gli stessi tipi di persone: lo stolto, la pettegola, quello che bighellona, e così via.

Che rapporto ha con la scrittura oggi? Ha sempre scritto molto?

Fin da piccola, sì, ma è stato in particolare un maestro a far cambiare la mia prospettiva. Mentre tutti mi dicevano “brava”, lui mi ha detto che potevo fare di più. Grazie a lui, mi sono messa a leggere di più, a impegnarmi per migliorare, conoscendo e amando scrittori come Flannery O’Connor e William Faulkner, e altri autori del Sud.

Come si svolgono le sue giornate da scrittrice?

Quando devo scrivere vado nella mia casa di montagna, 2 o 3 settimane, isolata, e scrivo anche per più di 12 ore al giorno. Prima però devo avere già la storia in testa, completa. Ci penso molto, alcuni romanzi hanno aspettato 2 o 3 anni prima di essere messi nero su bianco.

Che importanza hanno i dialoghi per lei?

Da lettrice, sono molto attenta ai dialoghi, devono essere autentici e naturali. A mia volta cerco di scriverli in modo che siano realistici. Penso che nei libri, come nella vita, i dialoghi anche più banali, svelino molto di ciò che è una persona e di ciò che pensa.

Nei suoi tour da autrice, che tipo di reazioni registra? Sono molto differenti, cambiando zone e paesi?

Ho notato che in alcuni Paesi preferiscono certi personaggi piuttosto che altri e viceversa. Mi ha colpito ad esempio come Lena piaccia molto a Dubai, Sara in Europa, in altri stati, America compresa, viene apprezzato di più Jeffrey.

A lei che personaggio piace?

Sono molto simile a Sara e molto distante da Lena, così imprevedibile ed impulsiva. E’ stato però interessante scrivere di lei, mi ha permesso di fare cose, nel romanzo, che nella vita non farei.

di Marta Abbà

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