PRESUNTA METROPOLI INVASA DALLO SHABOO

shaboo coverSi intitola Shaboo il nuovo libro di Gianluca Ferraris, edito da Novecento Editore. E’ una metafora del “vorrei ma non posso”, è ambientato in una delle migliori città che esistano al mondo, secondo lo stesso autore, per fare da scenografia ad un “noir”: Milano. In realtà non si può parlare di sfondo, in questo caso, perché la città è protagonista del romanzo tanto quanto Gabriele Sarfatti. Ha anche un soprannome, “Presunta Metropoli”-

Perché questo soprannome?

Questa città non riesce ancora a fare i conti col suo passato e fatica a disegnare per sé un futuro, nonostante la linfa che affluisce qui da ogni parte d’Italia. Non è detto che diventare come Londra o Berlino contenga in sé solo dei vantaggi, ma Milano sembra avere questo chiodo fisso senza però esserci riuscita. In compenso rimane un’ottima ambientazione per i noir. Una delle migliori al mondo.

Lo shaboo al centro del libro. Perché?

La città è cambiata anche in questo, nello spaccio, le cui dinamiche sono sempre un ottimo indicatore per capire dove stia andando la società. Lo shaboo è in grado di non farti sentire la fatica per giorni, e che viene proposta come alternativa low cost alla cocaina. E’ diventata prima la droga sintetica di riferimento delle comunità straniere, poi quella di chi fa lavori pesanti ma fondamentali per la nostra vita quotidiana: pensiamo alle consegne dei pacchi, al food delivery, ai turni massacranti delle pulizie… E’ diventata una metafora del «vorrei ma non posso» e di una certa precarietà, non solo economica ma anche emotiva.

Come costruisci la trama del libro?

Di solito parto da un’idea di prologo e di finale, so quasi sempre dall’inizio chi è l’assassino, ma la maggior parte degli altri elementi li inserisco strada facendo. Scrivendo “Shaboo”, pur mantenendo la struttura inalterata, ho stravolto luoghi e situazioni rispetto all’idea iniziale, man mano che consultavo fonti e rapporti. Una delle cose più affascinanti dello scrivere fiction è che, strada facendo, tu modifichi la tua percezione delle cose, e ne impari altre.

Il protagonista, i rapporti con la Polizia, la vita da cronisti … Con che intento li hai descritti?

Con intento narrativo, che però parte dalla necessità di partire da un punto di osservazione diverso. I professionisti fra i 30 e i 40 anni che vivono nelle grandi città, Luciano Bianciardi li definiva «la fascia alta dei morti di fame», stanno vivendo sulla loro pelle cambiamenti che nessuna generazione precedente aveva conosciuto. Sono più poveri ma escono più spesso a cena dei loro genitori. Vivono alla giornata ma lo fanno con un certo grado di gioiosa consapevolezza, anche se i lavori precari generano rapporti precari che generano relazioni precarie, anche in amore. È la società liquida, quella in cui se rompi uno smartphone bestemmi a non finire ma se rompi un cuore non te ne accorgi nemmeno; quella in cui farsi una scopata è diventato molto più facile che farsi una coccola, anche se forse avremmo più bisogno della seconda. Non è una critica, sia chiaro: vivo anche io dentro questo mondo, ho deciso di farmelo andare bene e amen, perché ha anche un sacco di lati positivi.

Come definiresti il protagonista in due righe?

E’ un cronista di nera, un precario, un tossicodipendente e un quasi quarantenne single: in pratica tiene insieme le quattro categorie che più di tutte tendono a vivere, con consapevolezza o solo per inerzia, in un eterno presente. Con tutto quello che ne consegue.

Quanto ti assomiglia, Gabriele Sarfatti?

Non ho assolutamente il suo stesso stile di vita, fortunatamente, e nemmeno quello di Zucchero, ma le cose che scrivo risentono di come la situazione sia cambiata. Nei bar e sui tram la gente non conversa come nei romanzi che vincono lo Strega: forse poi è per questo che non li compra.

Che Milano emerge dal tuo romanzo?

Una Milano autentica, spero. Una città ricca di opportunità e anche di ombre. Dove tutti sono tossici di qualcosa e spacciatori di qualcos’altro. Una città dove la realtà non è sempre bianca o nera ma anzi emerge e si allarga una zona grigia all’interno della quale provo a far muovere per la maggior parte del tempo i miei personaggi.

Che rapporto hai tu con la città?

Amo Milano. Mi piace lavorarci, viverci. Non ho ancora deciso chi vincerà il derby fra Isola e Navigli ma la mia zona preferita è quella compresa fra viale Montenero, Porta Romana e la parte bassa di Città Studi. Lì ci sono anche i miei locali e ristoranti preferiti. E c’è il parco Marinai d’Italia, dove mi rifugio a passeggiare o a leggere appena posso.

Se diventasse una serie Tv , che regista e che attore protagonista sceglieresti?

Daniele Vicari o Stefano Sollima, ma mi andrebbero bene anche Sidney Sibilia o i Manetti Bros: se mai succedesse mi piacerebbe ritrovare in una pellicola le atmosfere cupe e profondamente crude, ma non prive di ironia, che loro sanno creare. Fare un nome per il protagonista mi viene più difficile, ma forse sceglierei Stefano Fresi, il più somigliante all’idea di Sarfatti che mi sono fatto nella testa.

di Marta Abbà

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