VANILLA SCENT, DEGNO DI NOTE

Vanilla ScentUn monito, un avviso, un warning, come dire “non voglio arrivare fino a questo punto”. Stefano Gianuario lo ha scritto, anzi, ne ha scritto un romanzo intitolato “Vanilla Scent”, “una luce accesa sul punto in cui, nella vita, non dovevo e volevo arrivare, un esorcismo letterario” lo definisce lui stesso, come se avesse voluto imprigionare su carta il confine da non oltrepassare per allontanarsene del tutto nella reale.

Dato un calcio ad un destino non desiderato, e nemmeno desiderabile, per i più, l’autore ha dato vita ad una storia viva e partecipata, in continua trasformazione, pagina dopo pagina. Pubblicato con Robin Edizioni, “Vanilla Scent” è il suo esordio letterario, se non si contano “Le cose di Jack”. Più che un’opera, spiega Gianuario, è stato un passaggio importante: “l’ho scritto a 18 anni, avevo ottenuto la prefazione di Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, band che amavo alla follia. Mi ha aperto un mondo, permettendomi di capire cosa volessi fare nella vita: scrivere”.

Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura e nell’esperienza che offri al lettore tra queste due opere?

Tra l’una e l’altra, ci sono 15 anni di scrittura vissuta quotidianamente, con il mestiere di giornalista. Sicuramente lo stile – che comunque quello è – ha subito un’evoluzione. Per certi versi la lettura può essere diventata più piacevole, senz’altro più divertente e meno pesante rispetto agli estremismi dei vent’anni.

Come descriveresti in due righe il protagonista di Vanilla Scent? Sarebbe tuo amico se fosse un uomo reale?

E’ un uomo che ha perso affetti e riferimenti, con una vita molto solitaria, fatta di frequentazioni davvero effimere. E’ un ossessivo, nel suo essere squinternato e per certi versi avulso dalla realtà, è un metodico. Non credo sarebbe una gran bella frequentazione se fosse un uomo reale ma lo guarderei con un misto di rabbia e affetto.

Con una figura così estrema non temi di essere troppo fuori dalle righe, non realistico, al confine con la “macchietta”?

Chi, almeno per certi versi, senz’altro in alcuni aspetti, non è mai stato o è tuttora la sua stessa macchietta nella vita, scagli la prima pietra. Scherzi a parte, la narrativa secondo me serve anche a uscire dalle righe e da tutto ciò che è realistico in generale. Il personaggio è estremo perché non ha, o non ha più, i filtri convenzionali, quelle misure più morbide che la società impone. E’ un uomo che al mondo però ci sa stare, ha dimenticato alcune cose, altre non le considera più, ma è una persona che ha fatto delle scelte, più o meno consapevoli, che l’hanno portato a essere quello che è. Del resto, non siamo tutti le scelte che facciamo?

Come mai questo titolo?

Questa è la domanda più facile. Vanilla Scent è il titolo di una canzone di una band che ho amato molto, Six Red Carpets. Così l’ho voluta omaggiare.

Apatia: che ruolo ha nel libro e che rapporto hai tu con l’apatia?

L’apatia è un po’ un’eminenza grigia sullo sfondo di tutto il romanzo ma né il protagonista, né gli altri personaggi si crogiolano in questo o innalzano una sorta di spleen esistenziale a baluardo dell’esistenza. E’ solo uno status nel quale cadiamo tutti, chi più, chi meno. Io personalmente vivo un sacco di umori, anche durante la stessa giornata, per non dire stessa ora, minuto… e son ben contento di questo.

C’è un personaggio, protagonista escluso, che ti sta simpatico? E che odieresti se incontrassi nella tua vita reale?

Il comprimario. Il Professore, un terapeuta che ha avuto in analisi il protagonista e con il quale ha stretto un legame molto profondo. E’ molto simpatico, è decisamente divertente, predica benissimo e razzola davvero male, è vizioso, donnaiolo, spendaccione e fa tutto il contrario di tutto. Assolutamente il mio preferito. Odiare, beh, no. Non odio nessuno, odiare è una gran fatica. Diciamo che l’ex moglie del Professore incarna tutto quello che è detestabile.

Tre brani perfetti per la colonna sonora di Vanilla Scent?

Vanilla Scent è zeppo di musica dalla prima all’ultima riga. Forse perché ho avuto la fortuna di suonare e soprattutto far suonare tanto e son davvero dipendente dalla musica. Difficile scegliere solo tre brani ma, così d’acchito metterei Vanilla Scent dei Six Red Carpets al primo posto, poi Panic dei The Smiths e Walk on the wild side di Lou Reed.

di Marta Abbà

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