IL CASO KELLAN, MADE IN MILAN

IL CASO KELLan.JPGUn giornalista, come lui, cronaca nera, come quella di cui spesso scrive, Milano, la città dove è nato, cresciuto e vive. Un romanzo autobiografico, quello di Franco Vanni? No, un thriller avvincente che si intitola “Il Caso Kellan” e racconta una Milano da insider, molto attuale e decisamente animata. Pubblicato da (Baldini&Castoldi), questo è il secondo libro di Vanni dopo “Il clima ideale” (Laurana Editore).

Dopo l’esordio con Il clima ideale, e il successo che ha riscontrato, eri “timoroso” di tornare a scrivere?

Dopo la pubblicazione de “Il clima ideale”, per un po’ non volevo saperne di scrivere. La trafila di stesura, editing e promozione mi aveva fatto venire voglia di … andare in bicicletta! Per qualche mese non ho toccato un libro e ho fatto dei bellissimi giri in bici. Poi – mentre scrivevo per Mondadori un saggio sulle banche – ho fatto un periodo di letture intense, soprattutto di gialli, senza pensare che avrei presto scritto un secondo romanzo. A un certo punto, mentre leggevo libri di altri, mi sono accorto che una nuova storia stava prendendo forma nella mia testa. E così mi sono messo di nuovo alla tastiera per dare forma a “Il caso Kellan”

Gli ingredienti e la trama erano già nella tua mente prima di iniziare a scrivere? in corso d’opera hai cambiato trama o sviluppo di personaggi?

Mi sono messo a scrivere solo quando nella mia testa tutto era più o meno al suo posto: personaggi, svolgimento, evoluzioni della trama. Nella fase di ideazione non ho mai preso appunti: temevo che, se avessi fissato su carta qualche idea, poi mi sarei sentito impegnato a rispettarla. Mi sembrava limitante. Ogni tanto facevo dei disegnini (la mia vera passione) dei personaggi, per come me li immaginavo. Diciamo che ho pensato per mesi e poi scritto tutto in pochi giorni. La prima stesura la ho fatta in dodici giorni non consecutivi. In pratica, quasi tutti i giorni liberi dal lavoro in un periodo di tre mesi.

Palazzo di giustizia, ci lavori, ma gli altri luoghi di Milano come e perché li hai scelti?

L’Old Fashion, perché un tempo mi piaceva molto andare in discoteca. Via Ugo Foscolo, che immette in piazza Duomo, perché lì si trovava la prima casa di mio nonno paterno. Una casa popolare, attaccata a Galleria Vittorio Emanuele. E via Sammartini perché – come scrivo nel libro – trovo che sia molto suggestiva: sembra un porto, senza mare. Per il resto, ci sono il lago di Como e il Triangolo lariano per me sono posti magici. Li ho frequentati ed esplorati a fondo, andando a pesca o in bicicletta.

Ambientando il romanzo a Milano, come hai affrontato il rischio di cadere negli stereotipi ormai numerosi che la avvolgono?

Per fortuna, facendo il cronista da ormai 15 anni, penso di conoscere abbastanza la città da poterla descrivere anche oltre la facciata. Certo, non sono immune dal pericolo di cadere nei luoghi comuni, ma penso di essere meno a rischio di altri. So di avere gli strumenti che mi consentono di evitare di cadere nelle trappole più vistose ma so anche di avere un limite: a Milano sono nato e cresciuto, non ho mai abitato altrove. Questo inevitabilmente in qualche modo distorce la mia visione della città. A volte mi piacerebbe potere vedere Milano con gli occhi del forestiero.

Un lato di Steno che ti piace e uno che invece “detesti” o che ti infastidisce?

Mi piace il fatto che, pur non potendoselo in teoria permettere, è circondato da belle cose. Vive in albergo, grazie a un accordo con la gestione, che in cambio della stanza gli chiede ogni tanto di lavorare al bar. Guida una vecchia (e meravigliosa) Maserati Ghibli d’epoca, che gli ha lasciato un amico trasferitosi all’estero. Il lato che mi infastidisce è il fatto che abbia tutto il tempo per lavorare come si deve su una storia, e non abbia l’assillo di dovere scrivere uno o più servizi complicati ogni giorno. Da giornalista, lo invidio tantissimo

Descrivi una città fortemente viva e multietnica, un aspetto che salta subito agli occhi nel modo in cui introduci Sabine, ma non solo. Era una tua priorità?

Non è stata una scelta, ma una necessità. Descrivere Milano oggi significa per forza raccontare una città multietnica. Penso agli stranieri immigrati in Italia in cerca di una vita migliore, di recente o tanti anni fa. Ma anche ai cittadini di altri Paesi europei che passano a Milano solo qualche anno, magari lavorando per grandi multinazionali. La nostra è sempre più una città di passaggio, e i milanesi sono coloro che la abitano in un determinato momento. Lo dico con gioia, da milanese nato a Milano da genitori milanesi.

Tre aggettivi per la Milano del caso Kellan?

Innevata, nascosta, preziosa

A chi affideresti la versione cinematografica del tuo libro: regista e attori principali?

Al mio amico Niccolò Pagani, che con la sua Ushuaia Films sta facendo cose eccezionali. Quanto agli attori, mi fiderei ciecamente delle scelte di Nico.

di Marta Abbà

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